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Califfo Show – Puntata 65

Il califfo Franco Califano in pieno califfato

Il Califfo Franco Califano in pieno califfato

Guest star del giorno alla “Trasmissione di Morelli” è il cantautore Franco Califano, detto il Califfo, che si dilunga in un’intervista a tutto campo su musica, religione, politica e naturalmente sesso.

Momenti salienti dell’intervista a Franco Califano:
Califfo, ma è vero che lei è un fan di Ratzinger?
La prima volta che l’ho visto, ho sentito qualcosa dentro e mi sono molto riavvicinato alla fede. Mi è piaciuto subito e continua ad essere quello che immaginavo: un uomo colto, politico, forte, duro al momento giusto, che non si ferma ad accarezzare le teste ma cammina dritto, perché ha tanto cammino da fare.

Ha sentito le polemiche sul preservativo?
Ma sul preservativo il papa non ha torto: lui dice che non basta, capito? Perché se tu c’hai il preservativo ma baci in bocca una donna che c’ha l’AIDS, con la saliva, è lo stesso.

No, ma con la saliva non si trasmette l’AIDS.
Seee, pure sotto la doccia si può trasmettere! Anche la saliva è contagiosa. Ma pure mangiare e bere nello stesso bicchiere… E poi il preservativo si può pure sfilare, e molte volte rimane dentro la donna. Questo lo sa pure il papa, che non è fessacchiotto.

Giusto. Ma è vera questa voce che lei sarebbe fascista?
Primo, non ho mai avuto tessere. Secondo, sono sempre stato anticomunista. Io sono di centro-destra, sono un moderato liberale.

Non fascista?
No, quale fascista?! Fascista mai!

Be’, passiamo al sesso. Lei ha più volte scritto e detto che noi giovani non sappiamo fare sesso.
Certo, perché non siete maturi e lo fate di fretta e svogliatamente! Dovete farlo con donne più grandi, perché per diventare grandi maestri bisogna avere grandi maestre. Io per esempio ho avuto il primo rapporto a 9 anni con la mamma di un mio amico.

Ma questa non è pedofilia?
Eh no, se una donna fa delle avances a un bambino e al bambino questa donna piace, e le accetta, la pedofilia dove sta?

L’auto-biografia di Vincenzo Sparagna/3 – Puntata 63

Il giornalista Vincenzo Sparagna in versione Kit Carson

Il giornalista Vincenzo Sparagna in versione Kit Carson

Dopo la prima e la seconda puntata, il fondatore e direttore della storica rivista «Frigidaire», Vincenzo Sparagna, continua a raccontare la propria avventurosa auto-biografia.

Momenti salienti del racconto di Vincenzo Sparagna:
Cos’hai fatto dopo la fuga attraverso il Rio de La Plata?
Ho passato molto tempo in Portogallo durante la rivoluzione dei garofani, una rivoluzione per una volta tanto vittoriosa. Nel cuore della vecchia Lisbona, mentre i ricchi sfuggivano alle rivolte popolari, occupammo un vecchio edificio per creare un’ambasciata rivoluzionaria per rivoluzionari italiani.

E poi?
Poi tornammo in Italia, in tempo per partecipare al movimento del 77. Io ero a Roma. Scrissi la mozione per la cacciata di Lama dall’università.

Quindi Lama l’hai cacciato tu?
Ho contribuito senz’altro. Mi hanno anche spaccato gli occhiali…

Calcio e politica. Puskas, l’Ungheria e l’URSS – Puntata 61

Ferenec Puskás, leggendario calciatore ungherese

Ferenec Puskás, leggendario calciatore ungherese

Oggi il giornalista Luigi Bolognini alla “Trasmissione di Morelli” parla del suo libro La squadra spezzata. L’Aranycsapat di Puskás e la rivoluzione ungherese del 1956.

Momenti salienti dell’intervista a Luigi Bolognini:
Capita spesso che le squadre di calcio siano ambasciatrici di regimi?
Sì, in genere lo sport è uno degli strumenti di consenso e propaganda preferiti dai regimi di qualunque colore: da quelli di stirpe sovietica, come in questo caso, a quelli fascisti come l’Italia di Mussolini o l’Argentina di Videla. Se la squadra sportiva è di buon livello e vince, ci si può vantare col popolo, e a livello esterno si può dire che l’eccellenza, in questo caso socialista, crea grandi atleti. Il capo del calcio ungherese era il segretario del partito comunista.

Fino a che punto il calcio è oppio dei popoli?
Tutto sommato abbastanza. Se la squadra vince riesce a dare l’illusione che le cose stiano andando bene: questo vale oggi come ieri. Poi in genere parlare di calcio può essere anche un modo per non parlare d’altro, ad esempio di politica.

È vero che gli ungheresi erano fortissimi negli anni ‘50 perché giocavano d’esterno?
Certo, il cosiddetto tocco all’ungherese. Consiste in una sorta di frustata al pallone, assestata con le ultime tre dita del piede. La palla assume una traiettoria zigzagante. Adesso è più facile dare una simile traiettoria, per via del tipo di palloni che utilizzano, ma all’epoca era un’altra cosa. Il “tiro all’ungherese” divenne un modo di dire, soprattutto nell’Italia del nord.

Nero come il lavoro – Puntata 59

Il libro del professor Alberto Tulumello

Il libro del professor Alberto Tulumello

Ospite del giorno è il professor Alberto Tulumello, docente di Sociologia Economica all’università di Palermo, autore del libro Nero come il lavoro – Sommersi nell’ultima provincia d’Italia. Con lui, alla “Trasmissione di Morelli” si parla di lavoro nero.

Momenti salienti dell’intervista ad Alberto Tulumello:
Pare di capire che in una repubblica fondata sul lavoro, se il lavoro è sommerso sono sommersi anche i diritti.
Sostanzialmente sì. In qualunque società moderna il lavoro è la fonte di sostentamento, ma anche e soprattutto ciò che assegna una collocazione nella scala sociale. Il lavoro nero manca delle condizioni basilari di qualità della vita che dovrebbe essere garantite.

Il lavoro nero in Sicilia è strutturale?
Abbiamo scoperto che in Sicilia c’è più lavoro nero che nel resto d’Italia, anche rispetto al mezzogiorno. PErsino nei periodi in cui l’economia migliora, in Sicilia il lavoro nero aumenta.

Intervista a Davide Gambale – Puntata 57

Il giornalista messinese Davide Gambale

Il giornalista messinese Davide Gambale

Ospite di oggi è il giornalista messinese Davide Gambale, autore del libro Univeleni – Cappa nera sull’Università di Messina, Parentopoli, sospetti e inchieste offuscano il “Tempio del sapere”.

Momenti salienti dell’intervista a Davide Gambale:
Il suo libro parla degli scandali che da tanti anni si susseguono all’università di Messina…
Sì, il mondo accademico messinese ha sempre dato spunti di cronaca. Non solo per noi, a livello locale, ma anche per la stampa nazionale.

Ecco, cos’è avvenuto all’interno del cosiddetto «tempio del sapere», come lo definisce nel suo libro?
È accaduto quello che accade normalmente in tutti gli atenei, cioè la conservazione dei cosiddetti baronati. Qui ne abbiamo tanti. Solo che, a differenza di altri atenei, forse a Messina si è esagerato un tantino, preservando delle posizioni di assoluto privilegio di alcuni figli di docenti.

Si ricordano anche degli episodi clamorosi di violenza.
Sì, quello di Messina è anche l’ateneo dove si è sparato, e dove il professor Bottari ha perso la vita. Ma come mai oggi, di fronte a degli eventi che hanno visto coinvolto il Rettore, la stampa nazionale si è fiondata in modo spropositato ed eccessivo su Messina così come non fece dieci anni fa, quando morì il professor Bottari? Io credo che oggi ci siano stati degli errori di comunicazione…




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