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Intervista a Gian Carlo Caselli – Puntata 157

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Guest star di oggi della “Trasmissione di Morelli” è il giudice Gian Carlo Caselli, procuratore della Repubblica a Palermo negli anni neri tra il 1993 e il 1999, eroe dell’antimafia italiana. Si parla ancora di Stato e mafia.

Momenti salienti dell’intervista a Gian Carlo Caselli:
Come si vive sotto scorta come lei?
Vivo scortato dal 1974. La scorta mi ha salvato la pelle almeno due volte ai tempi dell’antiterrorismo, contro un attentato delle BR e uno di Prima Linea, e chissà quante altre volte a Palermo. Dopo le stragi mi sono fatto trasferire a Palermo il mio stile di vita è ulteriormente cambiato. Vivevo all’ottavo piano di un palazzo vuoto, l’ascensore saliva direttamente dal piano terra all’ottavo piano. Sul mio pianerottolo c’era H24 un soldato di leva, sempre armato con mitra ed elmetto, avvolto dal filo spinato e dai sacchetti di sabbia. Eravamo letteralmente in guerra.

Poi la mafia è cambiata.
Questo è oggettivo. Prima uccidevano con le stragi, ora se uccidono lo fanno in segreto con la lupara bianca. La mafia è entrata in un cono d’ombra per cicatrizzare le ferite e riallacciare in tranquillità nodi soprattutto sul versante degli affari e dei rapporti economici.

Cosa può dirci sull’accordo Stato-mafia del 1992-3?
Non posso parlarne. Sono in corso delle inchieste curate da colleghi estremamente preparati e coraggiosi. Posso soltanto dire che ho grande fiducia nei loro confronti e interesse verso il loro lavoro. Queste inchieste riguardano fatti criminali di grande impatto sulla nostra democrazia, che ha rischiato di rimanerne travolgerla.

Salvatore Giuliano, bandito gay – Puntata 89

Il bandito Giuliano era forse gay?

Il bandito Giuliano era forse gay?

Il professor Giuseppe Casarrubea, studioso tra i più autorevoli della storia siciliana, ipotizza che il bandito Salvatore Giuliano e i suoi uomini fossero gay. Lo ha raccontato anche a Daniele Ciprì e Franco Maresco in un memorabile documentario. Oggi invece ne parla diffusamente alla “Trasmissione di Morelli”.

Momenti salienti dell’intervista a Giuseppe Casarrubea:
Giuliano e la sua banda erano omosessuali? Fuori le prove.
Prove in senso “classico” non ce ne sono. Siamo nel campo delle mere ipotesi, basate sul fatto che quando i componenti della banda Giuliano si associarono, nel gennaio del 1944, la loro formazione era già avvenuta all’interno di un’esperienza di tipo arcadico-pastorale e feudale lontana dai centri abitati, dal consorzio civile e dalla compagnia femminile.

Quindi?
I ragazzi che componevano la banda Giuliano avevano soprannomi molto eloquenti. Uno era chiamato “culu iancu”, cioè “culo bianco”. Evidentemente qualcuno l’aveva visto coi pantaloni abbassati.

Può succedere negli ambienti camerateschi.
Ma non negli ambienti pastorali. I pastori all’epoca erano solitari in modo esclusivo: nessun altro soggetto entrava nel loro mondo. Un altro bandito si chiamava “caca-ova”, nome volgare per designare la gallina, non certo il gallo. E poi c’era “chiara-valle”, soprannome composto da un aggettivo e un sostantivo entrambi femminili.

E Salvatore Giuliano?
La notte in cui Giuliano venne eliminato, il suo luogotenente Gaspare Pisciotta lo andò a trovare. Non risulta che nella stanza di Giuliano ci fossero due letti, o un letto matrimoniale.

Mi risulta che Giuliano nella sua vita abbia avuto diverse donne.
Sì, ma non si trattava di amanti, come ci hanno fatto credere i giornali. Una era Maria Ciliacus, agente dei servizi segreti svedesi. Un’altra era Selene Corbellini, che effettivamente era andata a trovarlo, ma non per motivi amorosi: da documenti che abbiamo ritrovato a Washington risulta che la Corbellini non fosse l’amante di Giuliano, bensì il capo delle SAM, Squadre d’Azione Mussolini.

Lotta civile contro le mafie e l’illegalità – Puntata 81

Boss di Cosa Nostra

Boss di Cosa Nostra

Ospite del giorno è la giornalista Antonella Mascali, autrice del libro Lotta civile. Contro le mafie e l’illegalità.

Momenti salienti dell’intervista ad Antonella Mascali:
Con questo libro hai fatto un pellegrinaggio nel dolore causato dalla mafia.
Be’ sì. Ho iniziato questo libro col capitolo dedicato a Pippo Fava, direttore de «I Siciliani», anche perché io vengo da quella storia. Ero molto piccola, leggevo «I Siciliani» perché già volevo fare la giornalista, e ho cominciato a scrivere su quel giornale quando ero al ginnasio, subito dopo la morte di Pippo Fava. Poi per questo libro ho incontrato tantissimi familiari di vittime della mafia, che hanno un comune denominatore: sono tutti impegnati nel sociale. Hanno deciso di dedicarsi alla battaglia per la giustizia, contro la criminalità organizzata. Il loro compito è anche quello di far si che non si dimentichino i loro familiari e soprattutto la storia che c’è dietro, che tuttavia riguarda tutti noi. Come mi ha detto Elena Fava, figlia di Pippo Fava, «mio padre è mio, ma appartiene a tutti».

Coloro che sono stati uccisi dalla mafia sono eroi?
Non sono eroi, li abbiamo fatti diventare noi eroi. Come mi ha detto Giovanni Chinnici, figlio del giudice Rocco Chinnici ucciso a Palermo, «persone come mio padre non sono eroi, chi li definisce eroi si crea un alibi per non fare niente».

Ma una persona normale cosa può fare per combattere la mafia, a parte non delinquere?
Mai girarsi dall’altra parte, mai isolare le persone che per funzione rivestono i ruoli più delicati: magistrati, poliziotti, finanzieri, quei politici – e non sono tanti – che vogliono combattere davvero la mafia.

L’altro giorno il procuratore Piero Grasso ha detto che Cosa Nostra è in ginocchio. Ti senti di confermare?
Sì, Piero Grasso ha detto che Cosa Nostra siciliana è in ginocchio, però ha anche avvertito che non bisogna mai abbassare la guardia. Aggiungo io: se magistrati e polizia stanno facendo la loro parte, anche in altre regioni, a livello politico la battaglia è tutta da fare. Se ancora parliamo di lotta civile è perché non c’è mai stata una volontà costante dei rappresentati politici di sconfiggere la criminalità organizzata, così come si è fatto invece col terrorismo.

Il noto servizio/Anello – Puntata 78

L'anello, o noto servizio, è un servizio segreto italiano parallelo  e illegale

L'anello, o noto servizio, è un servizio segreto italiano parallelo e illegale

Guest star di oggi è la giornalista Stefania Limiti, che parla del servizio segreto occulto definito «noto servizio», oggetto del suo libro inchiesta L’anello della Repubblica. La scoperta di un nuovo servizio segreto, dal Fascismo alle Brigate Rosse.

Momenti salienti dell’intervista a Stefania Limiti:
Il tuo libro racconta una storia clamorossissima: è esistito in Italia un servizio segreto parallelo e occulto alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, dagli anni ‘40 fino agli anni ‘80.
Hai sintetizzato benissimo: la storia è incredibile e sembra scritta da Le Carré, ma è tutto vero, provato con documenti e importantissime testimonianze. Nel 1996, in un archivio del Viminale alla periferia di Roma, fu scoperta una marea di fascicoli e documenti molto importanti per la storia della nostra Repubblica. Tra questi, alcune carte parlavano dell’esistenza «noto servizio». Aldo Giannuli, il ricercatore che allora lavorava col giudice Guido Salvini e poi con la procura di Brescia, ha colto la novità e ne ha informato la competente commissione parlamentare.

Cos’è il «noto servizio», anche detto «anello»?
È una struttura clandestina costituita da individui totalmente sconosciuti ed estranei alle forze dell’ordine, originariamente repubblichini e fascisti vari pronti a difendere la patria dall’invasione rossa, poi tramutatasi in rete occulta che entrava in azione per compiere lavori sporchi.

«Lavori sporchi» di che tipo?
Ad esempio riportare in Germania il boia delle fosse Ardeatine Kappler, un’operazione che non poteva essere svolta alla luce del sole.

Chi comandava questo «noto servizio»?
Era sostanzialmente agli ordini di alcuni uomini politici della DC, tra cui è ricorrente il nome di Andreotti. Il capo operativo era Alberto Titta, morto nel 1981 per uno «strano infarto» dopo la vicenda del rapimento dell’assessore campano Ciro Cirillo. Non sappiamo se gli strumenti, le basi logistiche e gli uomini che facevano capo a lui si siano riorganizzati sotto altre forme.

Intervista a Pino Maniaci – Puntata 62

Il giornalista Pino Maniàci in una foto di Maura Pazzi

Il giornalista Pino Maniàci in una foto di Maura Pazzi

Guest star de “La Trasmissione di Morelli” è Pino Maniàci, proprietario dell’emittente TV di Partinico (PA) Telejato, il media più scatenato di tutti nella lotta contro la mafia siciliana. Maniàci è sotto processo per esercizio abusivo della professione giornalistica, e ne parla ai nostri microfoni.

Momenti salienti dell’intervista a Pino Maniàci:
Pino, ’sto tesserino di giornalista ce l’hanno cani e porci: perché non te lo sei pigliato prima?
Ma tu pensi che per fare il giornalista come lo facciamo noi, lottando contro la mafia senza se e senza ma, ci vuole il tesserino?

No, infatti io non l’ho preso.
La redazione di Telejato è a posto con la legge: abbiamo un direttore responsabile eccellente, Riccardo Orioles, e tanti giovani che rischiano la vita per fare informazione. Il tesserino non serve.

Ma ti condannano o ti assolvono?
Ho subito una stessa accusa nel 2008 e sono stato assolto il 10 luglio 2008 con formula piena perché il fatto non sussisteva. Questo perché ancora oggi esiste l’articolo 21 della Costituzione, grazie a Dio…




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